Sedia di legno alloggiata temporaneamente, da anni, in laboratorio in attesa di incollaggio stabile.
Tutti siamo seduti su una sedia. Nella realtà di quella del tavolo della colazione, del banco di scuola, della scrivania in ufficio o di un mezzo di trasporto. Oppure nella metafora delle situazioni in cui si svolge la nostra quotidianità. Comunque vogliate considerarla, la sedia c’è.
Negli anni ho avuto cura di iniziare molte chiacchierate ( ai campi di formazione o a livello personale ) con l’esperimento della sedia ovvero facendo sedere qualcuno in un posto a mia scelta e proponendo la fatale domanda: “Di chi è la responsabilità del fatto che tu sia seduto proprio su questa sedia ora?”.
Non importa che la risposta ottenuta fosse un “io” o “tu che mi hai detto dove sedermi” in ogni caso era – e lo è anche adesso – lo spunto per parlare dell’anatomia delle scelte e delle responsabilità.
In ogni scelta io vedo due componenti: un’occasione da cogliere e il consenso a coglierla. La sedia e il proprietario delle chiappe che vi si poggiano sopra. Non si sfugge: se io sono seduto su una sedia è perché ho detto “si” all’opportunità di farlo.
I miei “sì” mi hanno portata sulla sedia in cui sono ora, i “no” – perfettamente legittimi, sia ben chiaro – invece non hanno concretizzato neanche l’ombra di uno sgabellino.
Tutto ciò che accade all’anima dell’uomo, ciò che il Lager apparentemente «fa» di lui come uomo, è il frutto d’una decisione interna. In linea di principio dunque, ogni uomo, anche se condizionato da gravissime circostanze esterne, può in qualche modo decidere che cosa sarà di lui – spiritualmente – nel Lager: un internato tipico oppure un uomo, che resta uomo anche qui e conserva intatta la dignità d’uomo.
– Viktor E. Frankl –
I “si”, certo, potrebbero essermi stati estorti. Accettare la responsabilità di un “si” – seppur estorto o imposto a forza – vuol dire vedere la situazione per quello che è e capire che posso scegliere quale valore dare alla sedia in questione e quindi se rimanere, allontanarmi, chiedere aiuto o cambiare le regole di ingaggio. In ultima analisi mi fa uscire dalla visione di me stessa come vittima inerme delle circostanze. Non è detto che sia facile; di sicuro non è comodo.
Riconoscere i miei “si” mi rende persona libera e rimette nelle mie mani la possibilità di dare valore alla mia storia. Io sono sicura: ne vale la pena.
Forme
La forma delle nuvole mi dice della corsa del vento così ho capito una sera guardando le montagne, persa nella meraviglia di un tramonto valsesiano. Il vento nei cirri ne intravedo il moto veloce, lineare e gelido ed il respiro si ferma invece per gli improvvisi tuffi intuiti nei morbidi contorni dei nembi gonfi di pioggia.
Le nuvole raccontano, raccontano soltanto, mi son detta: non confonderle con il vento.
E così anch’io, (come te e come loro) prendo la mia forma dalle cento battaglie combattute e dalle mille ancora in corso sono nuvola, non vento soluzione piuttosto che problema. Questa che vedi è la mia forma conquistata la migliore con cui affronto il giorno. Sicura eppur mutevole. Inciampo, mi rialzo, imparo. Cresco.
Tuttavia che tu mi veda problema o soluzione, nuvola, vento o forse onda poco importa in fondo, mi accontento che tu ti accorga che sono in viaggio.
E se vuoi conoscermi davvero cammina un po’ con me e chiedimi della mia storia. Te la racconterò e ascolterò la tua.