Sedia di legno alloggiata temporaneamente, da anni, in laboratorio in attesa di incollaggio stabile.

Tutti siamo seduti su una sedia.
Nella realtà di quella del tavolo della colazione, del banco di scuola, della scrivania in ufficio o di un mezzo di trasporto. Oppure nella metafora delle situazioni in cui si svolge la nostra quotidianità.
Comunque vogliate considerarla, la sedia c’è.

Negli anni ho avuto cura di iniziare molte chiacchierate ( ai campi di formazione o a livello personale ) con l’esperimento della sedia ovvero facendo sedere qualcuno in un posto a mia scelta e proponendo la fatale domanda: “Di chi è la responsabilità del fatto che tu sia seduto proprio su questa sedia ora?”.

Non importa che la risposta ottenuta fosse un “io” o “tu che mi hai detto dove sedermi” in ogni caso era – e lo è anche adesso – lo spunto per parlare dell’anatomia delle scelte e delle responsabilità.

In ogni scelta io vedo due componenti: un’occasione da cogliere e il consenso a coglierla.
La sedia e il proprietario delle chiappe che vi si poggiano sopra.
Non si sfugge: se io sono seduto su una sedia è perché ho detto “si” all’opportunità di farlo.

I miei “sì” mi hanno portata sulla sedia in cui sono ora, i “no” – perfettamente legittimi, sia ben chiaro – invece non hanno concretizzato neanche l’ombra di uno sgabellino.

– Viktor E. Frankl –

I “si”, certo, potrebbero essermi stati estorti. Accettare la responsabilità di un “si” – seppur estorto o imposto a forza – vuol dire vedere la situazione per quello che è e capire che posso scegliere quale valore dare alla sedia in questione e quindi se rimanere, allontanarmi, chiedere aiuto o cambiare le regole di ingaggio. In ultima analisi mi fa uscire dalla visione di me stessa come vittima inerme delle circostanze. Non è detto che sia facile; di sicuro non è comodo.

Riconoscere i miei “si” mi rende persona libera e rimette nelle mie mani la possibilità di dare valore alla mia storia. Io sono sicura: ne vale la pena.

J.V.
30 Aprile 2024 pp.8-9 Bujo Rosso