Per fare un prato occorrono un trifoglio e un’ape,
Emily Dickinson
un trifoglio e un’ape,
e immaginazione.
L’immaginazione da sola basterà,
se le api sono poche.

Ci sono una quindicina di giorni, in Maggio, in cui l’aria si satura di un profumo dolce ed intenso. Sono i fiori di acacia nel pieno del loro fulgore.
E’ quello che sta succedendo in questi giorni o, meglio, i fiori ci sono, il profumo quest’anno è decisamente in tono minore.
Il freddo degli inizi del mese ha ritardato la fioritura e, ho scoperto parlando con Alessandra in una conversazione sulle sue api, che questo ha reso i fiori un po’ più poveri di nettare e di polline. Quest’anno la produzione generale del miele di acacia – almeno per quanto riguarda le nostre zone – sarà decisamente più scarsa del solito.
A me questo miele chiaro e dolce non piace tantissimo, preferisco quello castagno che è un po’ più amarognolo ed ha un colore ambrato.
Il mio miele preferito rimane comunque un particolare “fiori misti con castagno” – virgolettato perché la definizione l’ho coniata io e si riferisce alla produzione che nonno Arturo era solito fare in Trentino.
E’ decisamente un sapore del ricordo che mi riporta nella cucina “dabbasso” – installata in cantina – dove nonno allestiva lo smielatore, i vari attrezzi e una discreta quantità di vasetti pronti per essere riempiti.
Era un evento sociale con nonna, zie e varie vicine di casa che erano lì per dare una mano nella cucina; nonno, papà e gli zii invece andavano avanti e indietro dal casotto delle api portando le cassette da smielare dalle quali venivano estratti i telai. Con l’aiuto di particolari coltelli i telai venivano disopercolati, veniva cioè tolto lo strato di cera che protegge il miele nelle singole cellette, e poi venivano posizionati nella centrifuga. Il miele estratto era infine messo nei vasetti utilizzando il rubinetto sul fondo.
Noi bambini ricevevamo tocchi di cera e miele da mangiare – una sorta di lecca-lecca gigante – ed invariabilmente si finiva con l’avere la faccia tutta impiastricciata. Lì ho imparato anche che il miele è sì estremamente appiccicoso sì, ma con un po’ di acqua tiepida la situazione si risolve egregiamente.
Ma torniamo ai fiori di acacia: se riuscite a procurarveli sono ottimi impastellati e fritti.
L’ape non è un animale domestico e neppure selvatico, ma qualcosa di intermedio, una creatura capace di contrarre rapporti con l’uomo senza perdere la propria libertà; o comunque restando sempre in condizioni di riprendersela.
Plinio, Historia naturalis
Frittelle di fiori d’Acacia

cosa serve:
- Fiori d’Acacia (preferibilmente raccolti da piante nei boschi e non ai lati delle strade dove passano le macchine)
- Acqua
- Farina
- Pizzico di sale
- Poco zucchero
- Olio di semi
- Padella per friggere
- Carta assorbente
- Zucchero a velo – opzionale

come si fa:
Si staccano i fiori e si lavano delicatamente, facendo attenzione a levare gli eventuali insettini presenti (il loro nettare non è apprezzato solo da noi bipedi).
Si fa una pastella densa e pochissimo zuccherata con farina, acqua fredda e un pizzico di sale.
Si tuffano i fiori nella pastella e si mescola delicatamente.
Si fa friggere il composto a cucchiaiate in olio di semi caldo fino a che le frittelle non assumono un colore dorato.
Si asciuga l’eccesso di olio su un foglio di carta assorbente e si servono tiepide.
Volendo si possono spolverizzare di zucchero a velo.
