
Matita, pastelli e pennarello nero su foglietto di carta da recupero.
Dimensioni reali: 6.3×8 cm circa
Autore: Jolanda in data: 26/3/2021
Originale conservato nel BuJo2021 (Chachi) a p.34
Da sempre mi piace scarabocchiare ed ho imparato quasi subito a tenere un foglietto a portata di mano per evitare di farlo dove non devo.
Fanno eccezione, alla regola del foglietto separato, gli appunti che prendo a mano durante le riunioni, i corsi o le telefonate: in questi casi il disegno entra a far parte integrante dell’appunto stesso, contribuisce a connotarlo anche emotivamente e ne facilita, per me, la memorizzazione.
Ed a volte diventa una piccola pietra miliare, la chiave grafica per rievocare, a partire da esso, un intero periodo.
Non so che fine abbiano fatto i miei appunti del liceo sul Manzoni, ma ricordo distintamente che di fianco alla sua data di morte avevo scarabocchiato un sole. La luce in fondo al tunnel, ovvio, per l’imminente fine della chilometrica, seppur appassionata, lezione della professoressa Secchi e sollievo per la fine dei dati da memorizzare sullo scrittore, ma anche ricordo di una piccola, concreta felicità data dal raggio di sole effettivamente arrivato sul mio banco in quel momento.
Questa cosa dell’emozione suscitata che salta fuori in modo esplicito vale solo per me. Chiunque guardi i miei foglietti a mano vede una sorta di quadro astratto con meno parole di quanto ci si potrebbe aspettare e un utilizzo degli spazi non necessariamente lineare.
Le mie vie mentali tendono ad essere criptiche.
Entrando vedo che Bill è un meccanico che appartiene alla scuola della «memoria fotografica». È tutto sparpagliato in giro. Chiavi inglesi, cacciaviti, pezzi di ricambio vecchi, motociclette vecchie, pezzi di ricambio nuovi, motociclette nuove, cataloghi, camere d’aria, il tutto ammonticchiato in una confusione tale che sotto non si vedono neanche i banconi. Io non riuscirei a lavorare in queste condizioni, ma solo perché non sono della sua scuola. In questa baraonda, probabilmente Bill non ha che da girarsi e allungare una mano per trovare l’attrezzo che gli occorre. Ho già conosciuto meccanici di questo tipo. C’è da diventar matti a guardarli, ma fanno il lavoro altrettanto bene e a volte più in fretta degli altri. Però se gli sposti uno strumento di dieci centimetri, ci mettono dei giorni a trovarlo.
Robert. M. Pirsig – Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta p.106
Un’altra funzione dei disegnini è quella di aiutarmi a pensare. Quando ho un problema da risolvere e sono bloccata, trovo utile fermarmi, prendere foglietto e matita e lasciare che la mano disegni quel che vuole. Di solito dopo qualche minuto una via risolutiva si presenta quasi da sola.
Essere un mio scarabocchio significa comunque condurre un’esistenza precaria che di solito finisce in fretta nel riciclo della carta.
Ultimamente, complice Facebook che sembra aver deciso che io desideri un corso di disegno e quindi mi propone un sacco di post pubblicitari in merito, mi sono avvicinata al mondo della Doodle Art, l’arte degli scarabocchi. Trovo molto interessante come le ripetizioni di elementi, le forme semplici che si rincorrono messe l’una vicina all’altra diventino composizioni belle da vedere.
Quindi ho deciso di esplorare questo mio lato artistico per vedere se ne salta fuori qualcosa.
Al momento ho scoperto che preferisco lavorare su una superficie piccola, mi viene meglio se definisco un rettangolo da riempire e mi piace disegnare per prima cosa a matita.
Le forme sono libere, raramente si intersecano e procedo da destra verso sinistra. Lo so, così è al contrario, ma un mancino impara presto che a disegnare nella direzione solita si rischiano sbavature e ci si ritrova con le mani macchiate.
Mi piace il “click” mentale che mi segnala che il doodle a matita è finito e che si può procedere con pennarello e colore. Oppure che è finito ed il suo posto è nel cestino.
Come tengo traccia però dei doodle che mi piacciono una volta finiti? Esistono persone che ci riempiono quaderni interi ed il risultato è molto interessante da guardare (basta cercare “doodle art” su Google per averne un’idea ). Hanno tutta la mia ammirazione, ma io mi annoio solo al pensiero di mettermi a riempire pagine così. Ho optato quindi per opere singole alle quali trovo un titolo. Procedo poi col firmarle, datarle, conservarle in un posto noto ed infine fotografarle ed eventualmente esporle su questo blog.
L’artista dentro di me al momento è soddisfatta così e si diverte un mondo a vedere i piccoli foglietti descritti allo stesso modo dei quadri nei musei.
Nota curiosa: ho scoperto da poco un giovane pittore. Artista vero: riconosciuto come tale e che espone in gallerie d’arte reali.
Newyorkese, ha uno stile estremamente semplice ed una tecnica di realizzazione pensata in modo che ogni forma risulti unica e non ripetibile.
Si chiama Landon Metz. Il suo, a mio parere, è il doodle diventato arte. E a me piace tantissimo.